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Libano - Presidenziali ad alto rischio nel paese dei cedri

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QuadrantEuropa 21/11/2007

Dal 21 novembre,per la quarta volta, Beirut tenta di eleggere il nuovo capo dello Stato del Libano. Il carosello diplomatico degli ultimi giorni dimostra l’importanza internazionale del modello libanese.

Un multiculturalismo sull'orlo dell'abisso?


 


Nell’attuale Medio oriente c’è ancora posto per Stati multicomunitari? La teoria dello “scontro di civiltà”, con la quale si pretende di spiegare non solo l’evoluzione delle relazioni internazionali ma anche le dinamiche politiche e sociali interne ad ogni paese, vede in questa zona del mondo un aggregato di comunità religiose, confessionali ed etniche incapaci di convivere dentro le cornici dello Stato moderno.

Secondo questo approccio quanto sta avvenendo in Libano, paese pluralista per eccellenza ma anche territorio percorso da lunghe e sanguinose guerre, non sarebbe altro che il punto di partenza di un processo di disintegrazione confessionale ed etnica di tutte le entità nazionali “artificiali”, nate dalla decomposizione dell’impero ottomano.

Uno snodo importante non solo per il Libano

Per tale ragione la questione di chi prenderà posto del prosiriano Emile Lahoud, attuale capo dello Stato, è seguita con attenzione non solo nel paese dei cedri ma in tutta la regione. Per i libanesi si tratta innanzitutto di un altro passo verso la liberazione del paese dall’abbraccio siriano. Un percorso iniziato con l’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri, il ritiro le truppe di Damasco e la successiva caduta del governo prosiriano. Nuove elezioni  hanno dato la maggioranza parlamentare alle forze antisiriane. Da allora gli omicidi politici si sono succeduti. Gli attentati che hanno causato la morte di un ministro e quattro parlamentari, hanno spinto diverse personalità politiche antisiriane a passare in clandestinità.

Il mandato del presidente in carica scade il 23 novembre a mezzanotte. In realtà Lahoud sarebbe dovuto andare a casa già dal 2004 ma allora la Siria, che in quel momento faceva il bello e il cattivo tempo a Beirut, aveva imposto di fatto al parlamento di prolungare l‘incarico per altri tre anni. È stata questa prepotenza di Damasco a dare il via alla rivolta antisiriana sfociata nella rivoluzione dei cedri.

Da un anno inoltre Beirut vive in una pericolosa situazione di stallo tra maggioranza antisiriana ed opposizione filosiriana. Ora però il periodo a disposizione delle istituzioni libanesi per eleggere un nuovo capo dello Stato è agli sgoccioli. Il quorum necessario alla sua elezione, non essendo chiaramente definito dalla Costituzione, è oggetto di polemiche bizantine.

Anche per questo le tre sessioni precedenti, il 25 settembre, 23 ottobre e il 12 novembre, si sono concluse con un nulla di fatto. Anche il 21 novembre maggioranza e opposizione non sono state in grado di superare le loro divisioni. Difficile credere che ci riusciranno nelle prossime quarantotto ore.

Dopo la guerra dell’estate 2006 tra Israele ed Hezbollah, il Libano è entrato in una nuova fase di dure contrapposizioni. Dal novembre dello scorso anno l’esecutivo del premier Fuad Siniora, sostenuto da Usa ed Europa, è paralizzato. Seguendo le indicazioni di Damasco, sei ministri vicini ad Hezbollah si dimettevano per dar vita a un nuovo governo di unità nazionale nel quale gli alleati libanesi della Siria avrebbero avuto un potere di veto.

Dal 1976 è Damasco a decidere di fatto il nome del presidente del Libano. La Siria non ha mai accettato la nascita di un Libano indipendente e ritiene suo diritto intervenire nelle vicende interne di Beirut.

Eleggendo autonomamente il loro presidente i libanesi sanno che ostacolerebbero gli interessi del grande vicino. Del resto gli Usa hanno fatto sapere che non accetterebbero l’elezione di un presidente vicino alle posizioni di Hezbollah o di Damasco. Anche l’Arabia Saudita non tollererebbe un rafforzamento delle posizioni siriane e di conseguenza di quelle iraniane.

Tra Usa e Iran

L’attuale presidente Emile Lahud a causa della sua alleanza con la Siria, oltre ad essere boicottato dalla totalità dei paesi occidentali e da molti governi arabi, non ha il consenso di gran parte dei cristiani libanesi. Questa situazione ha comportato che l’ufficio del capo dello Stato, per Costituzione riservato ai cristiani libanesi, è di fatto vacante da circa tre anni.

Il nodo principale sul quale da settimane si sono arenate le trattative, è rappresentato dall’arsenale militare di Hezbollah. Al di la dei negoziati in corso sul nuovo capo dello Stato, le milizie sciite chiedono che nel prossimo governo i deputati del partito sciita e i suoi alleati tra cui il generale cristiano Michel Aoun, possano avere una quota in grado di bloccare ogni decisione che punti al disarmo di Hezbollah.

È questa la chiave che permette di capire le difficoltà che trova oggi il Libano. Israele, in vista del possibile attacco Usa all’Iran, teme molto l’arsenale missilistico di Hezbollah. Lo scenario di Hezbollah armato e in grado di bloccare le decisioni del governo preoccupa non solo le potenze occidentali ma anche l’Arabia saudita. È in gioco il destino di tutta la regione.

Il patto intercomunitario in crisi

Mai come ora i cristiani libanesi percepiscono che tra le varie poste in gioco della crisi vi è anche quella del proprio ruolo statale. Alla base di tale incertezza esistenziale vi è la polarizzazione tra sunniti e sciiti che sempre più spesso determina l’agenda politica del paese.

Da anni i veri soggetti della politica libanese sono le milizie sciite Hezbollah e il clan sunnita degli Hariri. I primi controllano il parlamento i secondi dominano il governo. L’attuale precaria situazione dei cristiani libanesi è il risultato di una lunga serie di trasformazioni politiche e sociali avvenute in Libano a partire dagli anni ’70.

La suddivisione del potere tra le comunità politico-religiose, realizzata dalla potenza mandataria francese nella prima metà del secolo scorso, aveva privilegiato i cristiani. I quindici anni di guerra civile, 1975-1990, ridimensionavano invece questa preminenza. Gli accordi di Attaif e la nuova Costituzione, hanno rappresentato il sigillo giuridico dei nuovi rapporti di forza interlibanesi.

I poteri del presidente della repubblica cedevano di fronte a quelli del capo musulmano del governo, mentre la distribuzione dei seggi in parlamento, prima favorevole ai cristiani, veniva parificata.

È stato comunque tra il 1990  e il 2005, durante la fase del controllo siriano, che la marginalizzazione politica dei cristiani libanesi ha raggiunto un punto forse di non ritorno. I più importanti partiti politici cristiani non accettavano il ruolo di Damasco e le riforme di Attaif.

L’alleanza con Israele ne accentuava il loro discredito in tutto il mondo arabo. Privi di leader, in prigione o esiliati fuori dal paese, i cristiani pagavano anche l’emigrazione delle proprie elite verso Europa, Canada e Usa. In conseguenza di ciò, e grazie al maggior tasso demografico musulmano, la componente cristiana è calata al 40 per cento della popolazione totale.

L’ascesa dei sunniti guidata dal clan Hariri e la crescita del ruolo militare degli sciiti di Hezbollah, hanno reso lampante questa debolezza. Solo l’assassinio di Rafik al-Hariri il 14 febbraio 2005 e il ritiro dei militari di Damasco, ha permesso il ritorno dei cristiani nell’arena politica.

Difficilmente i cristiani riusciranno a riconquistare il ruolo avuto in precedenza in Libano. La frantumazione politica, divisi tra il campo governativo e l’opposizione egemonizzata da Hezbollah, limita il loro significato politico. L’incapacità di trovare un candidato in grado di coagulare il consenso nelle attuali elezioni presidenziali, rende ancora più incerto il loro futuro politico.

Nei prossimi giorni il Libano potrebbe trovarsi di fronte a svolte nette. L’elezione di un capo dello Stato antisiriano significherebbe però qualcosa di più. Sarebbe il primo passo verso la spartizione istituzionale del paese con l’opposizione che ha già preso in considerazione la creazione di un proprio governo. Altre autorevoli voci libanesi, come quella del Patriarca maronita Sfeir, hanno messo in guardia dal rischio di una nuova guerra civile. In ambedue i casi sarebbero le forze politiche cristiane ad essere, ancora una volta, le vere perdenti.