Il contributo economico più importante dato da Vladimir Putin al suo paese è stata la stabilità politica. Per il 2007 crescita oltre le previsioni ma incapacità di tenere l'inflazione sotto controllo.
Il gemello Kaczynski rimasto al potere non riesce a digerire la sconfitta dell'altro. Dispetti e rancori si scaricano soprattutto sul ministro degli esteri Sikorski
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Polonia - 1939-1989. Gli anni della quarta spartizione polacca. Ecco il volume 2008 di pl.it.
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Paolo Morawski
QuadrantEuropa
03/03/2008
La disintegrazione di un impero totalitario non uccide i “bacilli" con cui ha infettato le collettività, al contrario. Le malattie del socialismo reale continuano a minare, non solo in Polonia, la vita delle società.
Il primo volume (2007) di «pl.it – Rassegna italiana di argomenti polacchi» ha rivolto lo sguardo a La Polonia tra identità nazionale e appartenenza europea. Era una scelta quasi dovuta a pochi mesi da uno degli eventi maggiori della storia polacca: l’ingresso nel 2004 nell’Unione Europea come partner a pieno titolo.
L'infinita spartizione polacca
In questi giorni esce il secondo volume (2008) di «pl.it», "Polonia 1939-1989: la quarta spartizione". Già il titolo anticipa una tesi forte. Per mezzo secolo, per quasi tutta la seconda metà del Novecento, la Polonia comunista (PRL) ha vissuto negli spasmi e sulla scia degli effetti perversi di una scellerata alleanza tra nazisti e sovietici che, innescando l’invasione combinata della II Rzeczpospolita (e la conseguente ennesima suddivisione delle sue spoglie), ha scatenato lo scoppio della seconda guerra mondiale, trauma dei traumi del XX secolo polacco ed europeo.
A compimento di questo percorso il futuro terzo numero di «pl.it» – e questo è già annuncio – sarà teso a esplorare la Polonia degli anni 1989-2009: gli ultimi vent’anni.
Nell’attesa di leggere l’imminente numero 2, ed eventualmente il lontano numero 3, un amico mi chiede di definire in una battuta cos’è la Polonia oggi. In una parola? Un paese post-coloniale. In due parole? Già post-coloniale eppure, al tempo stesso, ancora anti-coloniale. Anti con il suo carico di risentimenti, di frustrazioni e di complessi per la marginalità sperimentata e subita nell’ex blocco sovietico; post in quanto libero da rancori e forse anche da taluni complessi.
Proviamo a dire pane al pane. La conquista dell’Europa centrorientale (e della Polonia nel suo seno) da parte dell’Armata rossa e la sua successiva occupazione da parte dell’Urss sono state le due facce di un processo di natura coloniale: un passaggio (quello del comunismo) nella stragrande maggioranza dei casi imposto dall’esterno; salvo eccezioni, frutto di non libere scelte. Quando durante la guerra fredda qui in Occidente si diceva che le “democrazie popolari” dell’Europa dell’Est erano “satelliti sovietici” si alludeva proprio a questa coercizione di fondo. Nella “gentilezza” della metafora gravitazionale entrata nell’uso corrente si perdeva però l’aspetto brutale, violento, crudele della questione: il terribile costo umano (i defunti e le “morti lente”, i crimini noti e quelli taciuti, l’esilio e l’esilio interiore”); il terrore – sì: il terrore – instaurato in mezza Europa dallo stalinismo (almeno fino al 1956, ma in molti paesi ancora più a lungo); lo stato di dipendenza inizialmente assoluto in alcuni campi (militare per es.) dei territori liberati dall’Urss (“liberati” ma non “liberi”); l’esistenza della cortina di ferro (filo spinato, cemento, e “fuoco a vista”), anzi di due cortine di ferro (una tra l’Est socialista e l’Ovest capitalista, l’altra tra i paesi satelliti e l’Urss) e di decine di paratie stagne tra i singoli paesi dell’impero o blocco sovietico; la ferrea dominazione del Cremlino che subito governò con pugno di ferro le sue nuove province europee attraverso una fitta rete di uomini di fiducia, di commissari politici, di spie, agenti e controllori, nonché di rappresentanti delle emergenti élite locali pienamente subordinate al nucleo regnante a Mosca (una vasta gamma di paggi e di “traditori”, di lecchini e di arrivisti, di “utili idioti”, nonché di illusi e idealisti – ma anche di sinceri antinazisti, di convinti socialisti e comunisti, di persone sensibili alle disuguaglianze sociali). Post-comunista o post-coloniale?
Le transizioni post-comuniste assomigliano alle transizioni post-coloniali? O sono le difficoltà di sviluppo del Terzo Mondo ad assomigliare sempre più ai problemi in cui incappano i paesi post-sovietici nell’ambito dell’integrazione europea e nel contesto della mondializzazione? Limitiamoci a osservare che potremmo facilmente riconoscere in Polonia tutti gli elementi e meccanismi del modello coloniale: centro-periferia, [...]
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